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04/05/2016

Cool Club [It]: Giorgio Tuma, Un cantautore Romántico [Entrevista]

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GIORGIO TUMA, UN CANTAUTORE “ROMANTICO”

 

Foto Riccardo Schirinzi

 

Giorgio Tuma è un artista d’altri tempi, di quelli lontani, per scelta, dai riflettori, periferici rispetto al glamour e alle mode del momento. Un innamorato cronico della bellezza, un ricercatore appassionato, un visionario. I suoi dischi sono da sempre oggetto di culto per gli amanti del pop orchestrale, delle colonne sonore, dei grandi compositori. Esce in questi giorni il suo ultimo album: si intitola “This life denied me your love” (Elefant Records), ha lo stile che lo ha reso, per tanti, un autore di culto ed è allo stesso tempo un approfondimento, una immersione nella sua galassia musicale.

La cosa che trovo da sempre interessante nella tua musica è la tua figura quasi romantica, di compositore puro, liquido all’interno dei brani, sei dappertutto, non scegli uno strumento, non canti sempre, quasi mai da solo. Ci spieghi il tuo approccio alla scrittura?

Sono molto insicuro e quindi cerco di stare sempre un po’ in disparte anche nelle mie canzoni. Però  alla fine, per fortuna, è come se riuscissi ad esprimere compiutamente le idee di partenza, anche stando un po’ ai margini della canzone.

L’impalcatura musicale dei tuoi album è imponente, densa, tutto è nel posto giusto, anche la più piccola ballata nasconde trame affascinanti. Merito di una visione complessiva e complessa della musica, coerente all’interno di ogni disco.

È vero, è sempre un rompicapo registrare dischi così grossi, complessi, con tanti arrangiamenti, strumenti e musicisti. E forse è anche un po’ fuori da questo momento storico (in Italia, ovvio) ma la musica non è un calcolo e quindi l’unica cosa da fare è cercare di farla fluire nel migliore dei modi possibili. E comunque potessi scegliere vorrei essere Pharrell o Sufjan Stevens.

Questo disco come gli altri, è un lavoro che coinvolge tantissimi amici, da tutto il mondo. La tua musica viaggia tantissimo. Come riesci imbastire queste trame? Come nascono i tuoi incontri? È un lavoro a distanza o esiste un luogo in cui tutto converge?

Servono moltissimo tempo e tanta pazienza. Le canzoni sono state registrate per il 60% al Sudestudio di Guagnano con Stefano Manca e il restante 40% finalizzato attraverso lo scambio di file da ogni parte del mondo (o quasi): Inghilterra, Norvegia, America, Canada. Ma ti assicuro che la gioia che si prova quando ti arrivano le canzoni completate e le ascolti per la prima volta è unica, ti ripaga di tutto lo sbattimento. Aggiungo che senza Michael Andrews, Laetitia Sadier, Matilde Davoli e Matias Tellez sarebbe stato un altro disco, meno bello sicuro.

Questo disco, più di altri è fatto meno di “corde” e più di “tasti”. Ha un suono nuovo, una nuova suggestione di partenza. Ce la racconti?

Sicuramente è merito di Matilde Davoli, che ha prodotto e mixato metà delle canzoni svecchiandole non poco. Senza Matilde questo disco sarebbe stato molto più classico e meno attuale.

È affascinante la non riproducibilità live dei tuoi dischi. Mi fa pensare agli ultimi Beatles, a Brian Wilson. È una scelta a priori o un “incidente” di percorso?

Incidente di percorso… ahah. Vero quello che affermi, è praticamente impossibile riprodurlo live ma vorrei tanto portarlo dal vivo. L’unico modo per farlo è di cogliere l’essenza delle canzoni, la pura melodia.

L’amore è un tema che caratterizza molto le tue produzione, questo sembra uno dei tuoi lavori più intimisti (a partire dal titolo). Cosa racconta “This life denied me your love”?

È un disco molto più inquieto di “In the morning we’ll meet”, forse anche irrisolto ma va bene così. “Tldmyl” è venire a patti con la fragilità del proprio animo, è il sentimento di sconfitta che affiora dal basso ventre e non ti fa respirare, è qualcosa che molti di noi hanno pensato nella loro vita almeno una volta e, non ultimo, è un sentito omaggio al padre dei cuori sensibili e infelici, Giacomo Leopardi. (O.P.)


 


 

 

 

 

 

 

 

 

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